Dalla bottega di Adelfia alla sperimentazione digitale

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Claudio Scamarcia è il fondatore di Scamarcia Design. Cresciuto nella bottega di fabbro del padre ad Adelfia, ha sviluppato fin da giovane un rapporto diretto con il ferro e il lavoro manuale. Oggi unisce artigianato tradizionale e sperimentazione digitale, alternando il martello agli strumenti di progettazione 3D.

I suoi arredi in ferro convivono con decorazioni realizzate in stampa 3D, dando vita a un linguaggio personale che intreccia tecnica, ironia e libertà espressiva. Scamarcia Design è un progetto familiare, portato avanti insieme alla moglie Marianna, dove l’alto artigianato e la tecnologia dialogano per creare oggetti capaci di abitare la casa in modo autentico e originale.

Hai lasciato percorsi più “istituzionali” per restare in bottega. Cosa ti ha fatto capire che quello era il luogo giusto per te?

Non è stata una scelta di testa, ma fisica. Le aule universitarie e gli uffici di progettazione erano troppo puliti, troppo silenziosi. Mi mancava l’odore del ferro, il rumore della flessibile, la scintilla. Ho capito che non potevo essere un designer “da scrivania”. La bottega di mio padre ad Adelfia è il mio ecosistema: ho bisogno di sporcarmi le mani per poter pensare. Lì ho capito che il vero design non nasce sullo schermo, ma risolvendo i problemi mentre stai costruendo.

Ti definisci un artigiano contemporaneo. Spiegaci meglio questa figura che senti di rappresentare.

È un ibrido: un po' fabbro e un po' nerd. L'artigiano classico ha una conoscenza incredibile della materia, ma spesso ha paura di cambiare gli strumenti che usa. Il designer puro ha le idee, ma spesso non sa come funzionano le attrezzature necessarie per realizzarle. Io sto nel mezzo. "Artigiano contemporaneo" per me significa usare la stampante 3D con la stessa naturalezza con cui uso il martello o la saldatrice. Non ho nostalgia del passato fine a sé stessa: uso la tradizione perché funziona e la tecnologia perché mi permette di fare cose che prima erano impossibili. È l'evoluzione della specie, non un tradimento delle origini.

Come sei approdato alla stampa 3D? Raccontaci del dialogo che si crea tra i materiali tradizionali e questa tecnologia.

Tutto è nato per pura curiosità. Sono uno che non sa stare fermo: dovevo capire come funzionava questa tecnologia. Fino a quel momento Scamarcia Design era quasi esclusivamente ferro: pezzi importanti di design con costi inevitabilmente sopra la media. Mi serviva un punto d'ingresso, qualcosa che permettesse ai nuovi clienti di avvicinarsi al mio marchio senza dover subito affrontare un investimento impegnativo. Ho iniziato così a disegnare piccoli oggetti in 3D: costi più contenuti, ma design d’impatto. È stato il modo per rompere il ghiaccio con una clientela più ampia. Poi, da questa necessità commerciale, è nato l'amore per il contrasto tra la pesantezza del ferro e la versatilità della stampa, che oggi è la mia firma.

Per te la sostenibilità è una pratica quotidiana: come entra in gioco nelle scelte di materiali, produzione e durata degli oggetti?

Senza fare troppa retorica "green": per me sostenibilità significa logica e durata. Io produco oggetti fatti per restare, non prodotti "usa e getta". Se compri una mia consolle in ferro, tra cent'anni è probabile che sia ancora lì. Quella è la vera sostenibilità: smettere di acquistare cose che durano poco o niente. Un altro aspetto fondamentale sono i materiali: utilizzo il ferro, che è riciclabile all'infinito, e il PLA, che deriva dal mais e ha un impatto inferiore rispetto alla plastica tradizionale. Infine, produco tutto qui in Puglia: non faccio fare il giro del mondo alle componenti che uso. Trovo sia un approccio onesto, pratico, tipico della bottega.

Nel tuo lavoro il gioco e l’ironia sono elementi ricorrenti. Che ruolo hanno nella tua ricerca espressiva?

Direi un ruolo centrale. Il mondo del design si prende spesso troppo sul serio, mentre io preferisco sdrammatizzare, giocare. La vita è già abbastanza dura: perché dovrei mettermi in casa un oggetto triste o che ho paura di toccare? L'ironia, i colori pop, le forme delle mie statue o della serie "Mano Mano" servono a creare una connessione emotiva immediata. Voglio che chi guarda i miei pezzi sorrida, si incuriosisca, magari si stupisca del contrasto tra un materiale nobile e una forma giocosa.Se non mi diverto io a farlo, non si divertirà nemmeno chi lo compra.

Categories: PDS-Magazine

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