Tra Terra e Architettura: La Ceramica di Paola Corciulo
Paola Corciulo, nata nel 1983 in Salento, è architetto e ceramista. Dopo la laurea in Architettura alla Sapienza di Roma, si trasferisce a Parigi nel 2010, dove collabora con diversi studi di architettura. Dal 2014, affianca alla sua attività di architetto un percorso nella ceramica, studiando il gres, la porcellana e il Raku presso l’Atelier Céramique Paris e in Normandia. Dal 2018, la ceramica diventa centrale nel suo lavoro. Oggi ceramista indipendente e docente, espone regolarmente in gallerie parigine e organizza esposizioni con altri artisti, portando avanti una ricerca di sperimentazione capace di mettere in relazione forma, materia e riflessione.
Il tuo percorso professionale nasce dall’architettura e sperimenta collaborazioni con maestranze, atelier e pratiche diverse. In che modo questi contesti formativi influenzano il tuo sguardo sulla ceramica contemporanea?
Il mio interesse per la materia, lo spazio e la forma nasce dall’architettura, disciplina che ho scelto come campo di studio. È in questo ambito che ho imparato a osservare e comprendere le relazioni tra pieni e vuoti, proporzioni e funzione.
Parallelamente, però, ho sempre coltivato una forte inclinazione per le attività manuali, per il fare diretto e per il contatto fisico con i materiali. L’incontro più ravvicinato con il mondo della ceramica è avvenuto grazie ad alcuni artigiani locali del Salento, pur vivendo già a Parigi. In quel momento ho intuito come questa pratica potesse rappresentare una sintesi naturale tra il pensiero progettuale e il lavoro delle mani. Nel 2014 ho quindi deciso di intraprendere questo nuovo percorso, avvicinandomi alla lavorazione della terra al tornio attraverso corsi di formazione a Parigi, presso un atelier gestito da una ceramista giapponese, affiancata da docenti di nazionalità francese. Questo contesto mi ha orientata verso percorsi ispirati alla tradizione giapponese, in cui estetica, funzionalità e filosofia dialogano in modo inscindibile.
Ne è scaturita una riflessione personale sul mio modo di intendere la ceramica contemporanea: non come semplice produzione di oggetti, ma come un vero e proprio campo di ricerca, in cui gesto, tempo e materia diventano strumenti di pensiero. In questo senso, la ceramica si configura per me come uno spazio aperto, capace di mettere in relazione forma, materia e riflessione.
Ad oggi sono impegnata in questo percorso di ricerca e sperimentazione, che sono certa mi porterà lontano.
Nel tuo lavoro il contatto con la terra è centrale. Quanto è importante per te lavorare una materia che richiede ascolto, tempo e presenza?
Il contatto con la terra è fondamentale per me, poiché la gioia risiede nel processo creativo stesso, nel "fare". A volte studio la forma in anticipo e mi prefiggo un risultato, ma spesso è proprio durante il processo che l’idea si evolve. È nell’atto della lavorazione che sperimento, talvolta fallendo, solo per ricominciare. La bellezza del mio lavoro non risiede solo nel risultato finale, ma nel godere di quell’azione stessa: il contatto con la terra che si plasma attraverso le mani.
Quindi, per me la ceramica è un processo che va oltre la tecnica, diventa anche un atto meditativo. La terra, infatti, è un materiale che richiede una presenza attenta e consapevole, lentezza, e attraverso queste qualità è possibile entrare in sintonia con ciò che si sta creando. È da questo dialogo che la forma emerge, quasi spontaneamente, come il risultato di un equilibrio tra pensiero, gesto e materia. Per questo motivo, l’atto creativo è più importante del risultato finale.
Da qui nasce l’importanza del lavoro delle mani, ma, per essere più precisi, direi che è il nostro cervello che, attraverso le mani, si esprime e si materializza. Come affermava Kant, le mani non sono semplicemente uno strumento meccanico, sono il "cervello esterno" dell’uomo. Il cervello elabora concetti e idee, ma senza la mano, la ragione e le idee resterebbero astratte. Molto spesso, infatti, anche verbalmente o per iscritto risulta difficile esternare queste idee. Le mani, nelle diverse forme artistiche – pittura, disegno, scultura… – hanno il potere di raccontare le nostre idee, permettendoci di scoprirci e la cosa ancora più interessante è che ciò che realizzano può fornire un punto di partenza per una riflessione, può generare in ogni persona interpretazioni e pensieri diversi.
Le tue opere prendono forma dall’incontro di opposti complementari — fragilità e peso, luce e oscurità, grezzo e delicato, controllo e inaspettato. Come si traduce questa tensione nel processo e nella forma finale?
Le mie opere nascono proprio dal dialogo tra opposti complementari. Mi piace giocare su queste dualità e sui contrasti, generando una tensione continua tra forma e spazio. Nel processo cerco di spingermi ai limiti spaziali della forma, esplorando fin dove il volume può espandersi, sostenersi o entrare in relazione con lo spazio che lo circonda. Quando lavoro mi isolo, mi lascio guidare dal flusso e dal movimento della terra tra le mani, ma allo stesso tempo è una sfida costante con i limiti che il materiale impone. La terra a volte resiste, a volte conduce lei il gesto: io cerco di assecondarla e allo stesso tempo di forzarla, giocando con i confini che offre. È un equilibrio tra controllo e leggerezza, tra pensiero e istinto. Questa ricerca emerge in modo ancora più evidente nel raku, una tecnica che sento particolarmente vicina. Il raku mi permette una maggiore sperimentazione e accoglie l’imprevisto come parte fondamentale del processo. Il risultato non è mai completamente controllabile e proprio questa imprevedibilità rende ogni pezzo unico, capace di far emergere con più forza le dualità che mi interessano. All’interno di questa libertà sento però sempre il desiderio di esprimere il bello, inteso come essenzialità e semplicità della forma, puntando ad un’armonia interna senza eccessi. Sono sempre stata affascinata dai contrasti, dall’apparente divergenza che può esistere tra due elementi, tra due persone o, ancora di più, dai contrasti che convivono all’interno di ciascuno di noi. Credo che questi opposti, se compresi e gestiti, possano coesistere generando equilibrio e armonia. Lo stesso avviene nella materia: la forza e la fragilità della terra dialogano continuamente.
Nel tuo lavoro convivono una formazione segnata dalla sensibilità giapponese e un legame profondo con il Sud Italia. Dicci di più del tuo processo creativo e dell’influenza esercitata da queste due dimensioni.
Le influenze giapponesi e il legame con il Sud Italia si intrecciano nel mio processo creativo in modo naturale. La cultura giapponese, con la sua attenzione all’essenzialità, alla sobrietà e alla casualità, mi ispira a lavorare con la materia in modo meditativo.
Al contempo, il mio legame con il Sud Italia è altrettanto forte e radicato. Ciò che mi ispira del Salento, oltre alla tradizione artigianale, è soprattutto la terra, i colori, i profumi e quel carattere mediterraneo che permea ogni cosa. È una connessione profonda e viscerale con la materia.
Questo incontro tra spontaneità e precisione, tra emozione e tecnica, mi spinge a cercare un costante equilibrio nelle mie opere.
Guardando al presente, su quali aspetti della tua arte senti di voler concentrare la tua ricerca?
In questo momento sento il bisogno di continuare a sperimentare, soprattutto sulla forma e sulla materia. Per quanto riguarda quest’ultima, mi piacerebbe orientare la mia ricerca verso un approccio più sostenibile, utilizzando materie prime locali — come la cenere di ulivo o di pino per gli smalti — e seguendo in prima persona ogni fase del processo che, passo dopo passo, trasforma la terra in argilla lavorabile. Inoltre, desidero approfondire il dialogo tra ceramica e architettura d’interni, che è il mio campo di formazione, cercando sempre di mantenere un approccio artigianale, piuttosto che industriale.


